Quando il debito diventa una solitudine sociale

 

Esiste una contraddizione che attraversa silenziosamente il nostro tempo.

 

Per anni una persona viene incoraggiata a consumare.

 

Le viene insegnato che acquistare significa vivere meglio, che possedere rappresenta una forma di realizzazione e che poter accedere immediatamente a beni e servizi sia il segno di una vita che procede nella giusta direzione.

 

La velocità diventa un valore.

 

L'immediatezza diventa una qualità.

 

Il consumo diventa normalità.

 

Poi, quando quella stessa persona non riesce più a sostenere ciò che ha costruito, il racconto cambia improvvisamente.

 

Da cliente diventa problema.

 

Da persona diventa posizione.

 

Da storia diventa pratica.

 

Da cittadino diventa un fascicolo.

 

Ed è proprio in quel momento che compare il giudizio.

 

"Non ha saputo amministrarsi."

 

"Ha fatto il passo più lungo della gamba."

 

"Avrebbe dovuto prevedere."

 

Naturalmente ogni individuo conserva una responsabilità nelle proprie decisioni economiche.

 

La responsabilità personale è un principio fondamentale e non può essere negata.

 

Ma una società realmente matura dovrebbe avere il coraggio di porsi anche un'altra domanda.

 

Possiamo costruire un sistema che incentiva continuamente il consumo e poi attribuire esclusivamente all'individuo la responsabilità delle conseguenze quando qualcosa non funziona?

 

Tra il momento della scelta e quello del giudizio esiste spesso un grande assente.

 

L'accompagnamento.

 

È da qui che dovrebbe ripartire una riflessione sul credito.

 

Per troppo tempo il credito è stato raccontato quasi esclusivamente attraverso indicatori economici.

 

Grafici.

 

Volumi erogati.

 

Quote di mercato.

 

Numero di clienti acquisiti.

 

Premi di produzione.

 

Obiettivi commerciali.

 

Tutto corretto.

 

Tutto necessario.

 

Ma quei numeri non esistono da soli.

 

Sono la somma di persone.

 

Di famiglie.

 

Di imprese.

 

Di giovani che costruiscono il proprio futuro.

 

Di lavoratori.

 

Di pensionati.

 

Di cittadini comuni che ogni giorno affrontano spese, progetti, imprevisti e scelte economiche.

 

Ogni pratica rappresenta una decisione.

 

Ogni finanziamento rappresenta un momento della vita di qualcuno.

 

Il credito, nella sua funzione più nobile, nasce per accompagnare lo sviluppo umano ed economico.

 

Permette di acquistare una casa.

 

Di avviare un'attività.

 

Di affrontare un investimento.

 

Di sostenere un progetto familiare.

 

Il credito non è il problema.

 

Il credito è uno strumento.

 

Il problema nasce quando quello strumento perde il proprio significato originario e la persona smette di essere il fine, diventando semplicemente un elemento all'interno di un processo economico.

 

Un dato.

 

Un profilo.

 

Un algoritmo.

 

Una probabilità.

 

Un obiettivo.

 

Una percentuale.

 

Quando il valore di una relazione viene misurato esclusivamente attraverso la capacità di produrre un risultato immediato, il rischio è quello di dimenticare la domanda più importante.

 

Stiamo accompagnando una persona verso una scelta realmente consapevole?

 

Oppure stiamo semplicemente conducendo una persona verso un prodotto?

 

La differenza è enorme.

 

Perché una vendita termina quando viene firmato un contratto.

 

Una relazione continua.

 

Continua quando cambiano le condizioni economiche.

 

Continua quando arriva un imprevisto.

 

Continua quando una scelta, inizialmente sostenibile, improvvisamente non lo è più.

 

Ed è proprio lì che il credito mostra il proprio volto più autentico.

 

Può diventare un semplice processo.

 

Oppure può rimanere una relazione.

 

Il vero problema non è il credito.

 

Il vero problema è un credito separato dalla relazione.

 

Un credito che conosce perfettamente il rischio finanziario, ma conosce poco il rischio umano.

 

Un credito che misura la capacità economica di una persona, ma raramente considera la sua capacità emotiva di affrontare determinate decisioni.

 

Un credito che osserva il presente, ma fatica a comprendere il futuro.

 

La fragilità economica raramente nasce in un solo giorno.

 

È il risultato di tanti piccoli passaggi.

 

Una perdita di reddito.

 

Una difficoltà familiare.

 

Un imprevisto.

 

Una scelta non sufficientemente compresa.

 

Una scarsa educazione finanziaria.

 

Una decisione affrontata in solitudine.

 

Ed è proprio la parola solitudine quella che merita maggiore attenzione.

 

Perché il sovraindebitamento non è soltanto un problema economico.

 

È spesso una condizione che genera vergogna.

 

Produce isolamento.

 

Distrugge fiducia.

 

Molte persone non chiedono aiuto non perché non ne abbiano bisogno, ma perché temono il giudizio.

 

Si sentono responsabili di una situazione senza riuscire più a distinguere tra errore personale e fragilità di un sistema molto più complesso.

 

Un credito etico dovrebbe partire proprio da qui.

 

Dalla consapevolezza che prima dei clienti esistono persone.

 

Persone che non devono essere accompagnate soltanto quando rappresentano un'opportunità economica, ma anche quando attraversano una difficoltà.

 

Perché una società non dimostra la propria maturità dalla quantità di credito che riesce a distribuire.

 

La dimostra dalla capacità di non lasciare sole le persone quando quel credito diventa una difficoltà.

 

Il futuro del credito non dovrebbe essere una contrapposizione tra mercato e persona.

 

Dovrebbe essere la ricerca di un nuovo equilibrio.

 

Un mercato capace di creare sviluppo senza rinunciare alla responsabilità.

 

Un credito capace di sostenere l'economia senza dimenticare la dignità.

 

Perché il vero valore di una relazione finanziaria non si misura quando tutto funziona.

 

Si misura quando una persona attraversa un momento difficile e scopre di non essere diventata, improvvisamente, soltanto un numero.

 

È proprio in quell'istante che si comprende la differenza tra un sistema che gestisce pratiche e un sistema che accompagna persone.

 

 

Stefano Giuntoli

Responsabile per la promozione del Credito Etico e della Relazione Umana

 

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