Viviamo nell’epoca dell’immediatezza: tutto deve correre — dalla proposta alla firma, fino alla chiusura.
«Il tempo è denaro», ci insegnano. Ma nel credito, questa corsa può diventare un’illusione pericolosa.
Per ogni pratica chiusa in fretta, ce n’è una che ritorna indietro per un errore. Per ogni contratto firmato «al volo», un cliente si sente tradito.
E per ogni risultato rapido, c’è una relazione che si consuma.
Ho visto contenziosi nati da pochi minuti di superficialità, e consulenti bruciare energia per correggere errori nati da fretta. Il credito non è un modulo da firmare.
È un gesto che tocca la vita di chi ha bisogno di fidarsi.
E la madre sola che cerca respiro, il giovane che vuole iniziare con dignità, la coppia
che sogna una casa e teme di sbagliare.
Non sono pratiche.
Sono persone, fragili e coraggiose insieme.
A loro dobbiamo il tempo dell’ascolto, il peso della responsabilità. La vera efficienza non è chiudere subito una pratica,
ma evitarne la riapertura.
E se il vantaggio competitivo fosse la chiarezza, non la velocità?
Se rallentare significasse accelerare davvero?
Non è questione di fare meno, ma di fare meglio.
Il credito tocca la vita delle persone: quella fiducia non può essere sacrificata sull’altare di una performance apparente. La velocità genera numeri.
La profondità genera valore, costruito fin dal primo passo, con rigore ed eccellenza. Il futuro del credito?
È lì, dove ci si prende il tempo giusto per fare la cosa giusta.

Stefano Giuntoli-Responsabile per la Promozione del Credito Etco e della Relazione Umana 

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