George Orwell, nel suo capolavoro letterario “1984”, mettendo in guardia il lettore circa le mire del regime di “controllare” perfino il tempo attraverso la riscrittura del passato, sentenziava: “Chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato”.

Chissà se gli estensori della narrativa dominante odierna, quella cd. “buonista”, si siano ispirati anche alla visione distopica orwelliana nell’esasperare taluni movimenti (es. #MeToo, #BlackLivesMatter, #GenderFluid, #LGBTQ+, etc) fino al fenomeno della “cancel culture”.

Un movimento culturale neo-iconoclasta ormai predominante, sebbene affetto da una grave forma di autismo etico sulla cui base la realtà viene dapprima scomposta e poi ricomposta in modo selettivo secondo un moderno pantheon valoriale del tutto parziale, ma presentato e imposto - attraverso abili mistificazioni - come indiscutibilmente equo, puro, giusto, in due parole: “politicamente corretto”.

L’ostracismo della storia ed il boicottaggio del passato, per quanto a volte scomodo, sono invece un attentato al presente ed al futuro. Appare, infatti, evidente che cancellare il passato non vuol dire costruire il futuro, così come voler preservare le tradizioni non vuol dire opporsi al progresso. 

Non bisogna esser ingegneri per comprendere che un edificio sia solido solo se poggia su fondamenta altrettanto solide, e sottrarre mattoni dalla base al fine di innalzarlo non sia saggio.

Tuttavia, per quanto tale ragionamento sia banale e immediato, in pochi oggi hanno il coraggio e la carica morale di opporsi apertamente al mainstream culturale che impone invece un’idea di poltiglia sociale informe e che considera i cittadini come membri di un’unica cosmopoli pseudo-democratica senz’anima e valori, numeri calati in una matrice a loro stessi superiore e sconosciuta. L’aulico linguaggio dei mass media parla di melting pot, ma parlare di matricole senza nome sarebbe certamente più efficace.

Non è, altresì, facile scorgere dietro la cortina dell’informazione un’oligarchia ignota che, con lenta costanza, spoglia l’individuo della sua identità e, imponendogli i suoi archetipi, lo priva della libertà reale, lasciandogliene solo una nominale.

Si distorce il passato, si abbattono le statue, si stravolgono miti e favole, si ridicolizza il trascendente, si tagliano le radici e si inietta nei giovani una visione artificiale ed artificiosa, siliconica direi.

Ancor prima che una sostituzione etnica, la nostra società e, in particolare, le giovani generazioni subiscono in silenzio una sostituzione morale

Scompaiono le Nazioni, viene destrutturata la famiglia, e l’individuo, privato dei suoi riferimenti base, in ultimo, perde perfino certezze su sé stesso.

Chiediamoci, dunque, se quella che molti paventano come integrazione di culture sia, in realtà, disintegrazione di culture.

 

Non andartene docile in quella buona notte.
Infuriati, infuriati contro il morire della luce.

DYLAN THOMAS, Poesie

 

di Mario Orabona

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