Martedì 29 settembre 2020, alle ore 18.30, a Roma, presso la Chiesa della Natività - nell’ambito dell’Anno giubilare dei cattolici congolesi indetto da Papa Francesco nel dicembre scorso - si terrà l’inaugurazione della mostra di Marisa Zattini The Aleph Beth of Nature, alla presenza di Monsignor Jean Marie Gervais [Presidente dell’Associazione “Tota Pulchra” e Prefetto Coadiutore del Capitolo Vaticano] e dell’Artista, con un intervento critico di Giorgio Vulcano, storico e critico d’arte.

Questo progetto, promosso dall’Associazione “Tota Pulchra” e co-organizzato con Il Vicolo-Sezione Arte, nasce dal desiderio di ripercorrere artisticamente le energie e i segreti che collegano l’Uomo alla Natura alla luce degli insegnamenti profondi della Kabbalah.

The Aleph Beth of Nature prosegue idealmente questo singolare percorso artistico avviato dall’artista nel 2018 con Alberi eretici |ermetici, ma con modalità completamente nuove. Scrive l’artista nella “nota in margine all’opera”:

«L’ordine metafisico della Creazione corrisponde alla struttura emotiva e spirituale dell’Anima. [...] La Kabbalah è il sapere esoterico della Torà, la Bibbia ebraica. Il suo nome significa “corrispondenza”. Rappresenta un sistema metafisico, una sapienza esoterica che parla il linguaggio universale. È l’arte dei parallelismi [...]. La Kabbalah è dunque la rivelazione dei legami sottili tra i mondi spirituali e quelli fisici e il “fare” può riconvertire le nostre emozioni in differenti misure. L’importanza delle ventidue lettere che compongono l’alfabeto ebraico sta nel loro essere veicoli, canali della loro essenza [...]».

Giorgio Vulcano sottolinea: «[...] Marisa Zattini asseconda la forma naturale del tronco d’albero, inserendo a fuoco le lettere dell’alfabeto ebraico e sottolinea così da una parte la circolarità nel nostro compiuto, della nostra essenza e dall’altra crea un’immagine emblematica per renderci coscienti delle nostre radici e del luogo in cui nasciamo, viviamo, tramontiamo. Le incisioni rappresentano un punto di inizio e di fine, dunque, sono le lettere del nostro alfabeto, d’essere e in divenire. L’installazione nasce da un rapporto paritario tra il linguaggio dell’uomo e l’intera esistenza, associando la nostra forza collettiva alla Natura, in opere che sembrano essere nate da operazioni a quattro mani con la Stessa e il suo spirito più profondo. Sono opere aperte, partecipate e modificate secondo il contesto con cui sono a contatto: la scelta del luogo sacro è certamente sentita e rivolta a ricostruire un nuovo linguaggio ripartendo dalla propria spiritualità, dall’esigenza di ricongiunzione con il Creato, iniziando dalla propria esistenza e dalla traccia primordiale di vita [...]».

Scrive Monsignor Jean Marie Gervais nel suo testo introduttivo: «[...] Le opere di Marisa Zattini, in sintesi, sono un invito a riconsiderare il ruolo della responsabilità umana all’interno della creazione. Ma in che senso? ll primo grande tema all’interno della teologia dell’imago Dei, riguarda la partecipazione alla vita della comunione divina. Il genere umano, creato a immagine di Dio, condivide con altri esseri la corporeità data dalla sua fisicità ma, a differenza di questi, grazie alla sua razionalità (differenza specifica) è ordinato alla comunione interpersonale. Il primo esempio di questa comunione è l’unione procreativa dell’uomo e della donna, che rispecchia la comunione creativa dell’amore trinitario [...]».

Successivamente, la mostra verrà resa itinerante in suggestive Chiese dalle differenti caratteristiche architettoniche, a Cesena (Chiesa di Santa Cristina e Chiesa San Zenone) e a Forlì (Oratorio San Sebastiano).


MARISA ZATTINI è nata a Forlì il 13 ottobre 1956. Segno zodiacale: Bilancia ascendente Scorpione. Già artista e architetto - pittrice, ceramista, poeta - ha realizzato mostre personali in spazi pubblici, in Italia e all’estero (Svezia, Inghilterra, Germania e Grecia) a partire dal 1976 e pubblicato cataloghi monografici, con alcune sue poesie. Sul concetto di identità e sulle riflessioni filosofiche legate al tema del vuoto e del pieno ha realizzato una inedita e originale triplice partitura espositiva denominata DOPPIO PANICO! - L’arte di vivere (2009), Metamorphosi (2011) e Autoritratto (2013) coinvolgendo 33 artisti del territorio, producendo originali lavori scultorei, ceramici e fotografici, esposti nella suggestiva sede dell’Oratorio di San Sebastiano, a Forlì. Nel 2014 è stata invitata dalla Provincia di Kassel ad esporre il ciclo “Ali”, opere ceramiche (in 3° fuoco) realizzate nel 1990: un progetto a 4 mani con l’architetto Augusto Pompili. Sempre nel 2014 e 2015 la mostra “Di-segni” o dell’indole della Res è stata itinerante nelle sedi pubbliche del MODERNARTMUSEUM di Ca’ la Ghironda (Zola Predosa, Bologna), Bertinoro (Rocca Vescovile, Museo Interreligioso), Santarcangelo di Romagna (Grotta monumentale) e a Gallarate (Teatro del Popolo). Nel 2015 il ciclo di opere “Ali selvatiche” è stato ospitato nelle sale della Biblioteca Comunale “Maria Goia” di Cervia (Ravenna). Una selezione di questi ultimi cicli di lavori sono stati ospitati, nel 2016, presso l’ISTITUTO ITALIANO DI CULTURA di Atene e, parallelamente, nelle sale della TECHNOHOROS ART GALLERY. Nel 2017, con la mostra “Agricoltura Celeste”, ha riunito una selezione di opere appartenenti ai cinque cicli realizzati fra il 2012 e il 2017, itinerante in quattro sedi pubbliche italiane. Del 2018 è la personale “Metamorphica” allestita nella Moschea Yeni Camii, a Salonicco, organizzata dalla TECHNOHOROS ART GALLERY, con il coinvolgimento dell’Istituto di Cultura di Atene e dell’Ambasciata Italiana e resa itinerante a Cesena, in due sedi: nella Sala Piana della BIBLIOTECA MALATESTIANA e nella CHIESA DI SAN ZENONE. Sempre del 2018 è la mostra Alberi eretici |ermetici allestita a Forlì, nello spazio espositivo dell’Oratorio di San Sebastiano e poi a Casa Cava nel Sasso Barisano, a Matera, nell’ambito di MATERA CAPITALE EUROPEA DELLA CULTURA 2019. ALCHEMICA - Trasmutazioni fra Arte e Natura si configura come l’ultimo evento del 2019, allestito nelle sale dell’antica farmacia del Museo Nazionale di Ravenna, per la cura di Emanuela Fiori.

 

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