Weekend dello stile

Convegni
2019-09-14 10:00 - 2019-09-15 14:00
Carlton Hotel Baglioni Milano, Italia

 

BELLEZZA E SPIRITO: ALLA SCOPERTA DI UN MAGICO CONNUBIO

 

La bellezza non è un parametro che serve a quantificare qualcosa, la bellezza si sente, si avverte nel cuore, nella profondità della nostra anima. Essa è contemporaneamente individuale, flessibile e multiforme, poiché ci tocca, a ciascuno in modo diverso, si adatta ai nostri umori, e solletica più di uno dei nostri sensi. La bellezza è misteriosa ed è questo mistero che ne fa l’anticamera della spiritualità. La spiritualità è di difficile accesso, e la bellezza è una mezzo efficace per tentare di giungere a una certa serenità, preludio a una forma di spiritualità. Bellezza che, attraverso il suo mistero, permette di addomesticare un mistero ancora più grande.

Qual è il rapporto tra bellezza e spirito, che equivale a dire: bellezza e Dio? Sant’Agostino d’Ippona, uno dei più grandi pensatori medievali, in particolar modo del Tardo antico, nelle sue meravigliose opere ci parla della bellezza come di un sentiero da intraprendere con «sincera partecipazione religiosa e decisivo impulso culturale». I due termini, se collegati senza riferimento alla sfera del sacro, assumono decisamente significati equivoci. Come allora pensare una analogia che sia garante della loro universale relazione e correlazione con le cose del mondo? Ebbene amici miei, solo mediante la grazia salvifica, la grazia del mistero di Dio, è possibile pervenire a una unione feconda tra i due concetti. Parlare di bellezza senza Dio equivale a ridurla a forza effimera, vuota e triste. Oggi, purtroppo, la nostra società è una società triste, per cui senza bellezza. L’intera filosofia moderna, concentrata quasi unicamente sul desiderio di una rimozione globale di Dio della storia e del mondo (desacralizzazione della coscienza storica), ha dato avvio a quel processo di secolarizzazione della realtà che, nel corso degli ultimi 400 anni, ha prodotto una sempre più marcata desacralizzazione della quotidianità dell’uomo che, in epoca medievale, era ancorata alla concezione del «tempo religioso». Di convesso, parlare di spiritualità senza bellezza equivale a rendere lo spirito cieco e senza capacità di discernere le cose del mondo. La bellezza per lo spirito è la miccia che ci eleva verso una dimensione ulteriore, quella della contemplazione delle cose increate.

Di bellezza e spiritualità si parla, per l’appunto, in termini di percorso, di percorso da intraprendere nella vita come una missione vocativa. La loro relazione, il loro magico connubio è visto dagli individui come un abito vocativo che deve accompagnare ogni azione della nostra quotidianità. Affinché il nostro operare abbia un senso profondo senza cadere nella banalità e nella mancanza di senso occorre legare indissolubilmente i due termini.

Vorrei leggervi il punto di vista di un grande teologo del’900 come Hans Urs Von Balthasar che, nel trattato di teologia estetica intitolato Gloria, aveva percepito che la categoria del Bello era la sola e unica speranza per salvare una società che scivolava vorticosamente nel baratro del nichilismo dominato dal disvalore: «La nostra parola iniziale – scriveva -  si chiama bellezza. Chi, al suo nome, increspa al sorriso le labbra, giudicandola come il ninnolo esotico di un passato borghese, giudicandola con il ninnolo esotico di un passato borghese, di costui si può essere sicuri che – segretamente o apertamente – non è più capace di pregare e, presto, nemmeno di amare». Von Balthasar ci fa notare che grazia, in greco charis, significa “incanto del bello”. La grazia è apparizione dello spirito che ci svela il mistero del Dio Uno e Trino. Dio ci insegna ad amare la bellezza nella sofferenza della carne, nella Passione del suo figlio unigenito Cristo; infatti «noi non amiamo che il bello (puclchrum)».

I Padri della Chiesa ci hanno lasciato qualcosa di profondo per quanto concerne il rapporto tra bellezza e spiritualità, lascito riassumibile nella frase: «Non possumus amare nisi pulchra», ossia: “non è possibile amare se non ciò che è bello”. La bellezza non è un qualcosa ci astratto che ci fa avvicinare a Dio, essa è Gesù Cristo stessa, è quel Qualcuno su cui ruota il senso teologico della storia.

Il rapporto tra bellezza e spiritualità è anche il senso profondo del Cantico dei Cantici, uno dei libri cardine dell’Antico Testamento, che parrebbe contenere due linguaggi celati: il primo, quello più diretto e immediato, ossia la narrazione della storia d’amore tra i due amanti (linguaggio storico); il secondo, quello più importante, conterrebbe notevoli implicazioni morali e mistiche. L’opera dimostra un “linguaggio del corpo” che è il segno tangibile del rapporto amoroso che lega uomo e donna all’interno del disegno della Provvidenza Divina). La sposa gioisce perché Cristo l’ha prevenuta con il suo amore, un amore che viene colto nel gesto sublime della donazione di sé sulla croce, là dove lo sposo si fa deforme per rendere bella la sua sposa. Il Cantico, quindi, ci insegna la comunione intima con la dimensione spirituale di Dio, ch’è il tempo dell’innamoramento destinato a consumarsi nel legame amoroso tra due anime che librano di ardore. I protagonisti, ossia un uomo e una donna, fanno riferimento a due personificazioni differenti: lo sposo con Dio e la sposa con il popolo di Dio (che tradisce, ma questo tradimento dell’Alleanza è raccontato in modo poetico). Quando la canzone finisce (siamo già all’epilogo) marito e moglie son sicuri dell'amore reciproco, cantano la natura eterna del vero amore, e desiderano la presenza reciproca costante. L’amore è definito la “fiamma di Javè” e così, secondo don Ennio, siamo alla soglia del N.T, dell’amore più forte della morte.

Bellezza e spiritualità simboleggiano la “Nuova Alleanza” spirituale: per mezzo della grazia salvifica e santificante l’uomo si accosta con umiltà e disponibilità al cuore infinito di Dio superando la sua coscienza schiava di inferiorità e paura per collaborare coi progetti spirituali del Padre. Il rivelatore di questo messaggio non è solo un uomo, bensì Dio stesso fattosi carne. In questo risiede il valore della Nuova Alleanza. Dio vuole che il genere umano conosca la voce di Gesù senza farsi ingannare da un falso profeta (Figlio sacerdote perfetto in eterno). Dio, agendo in questo modo, consegnò il Figlio alle sofferenze umane ma, proprio attraverso la sofferenza, insegnò agli uomini la perfezione dell’amore redentivo. Attraverso la morte, Cristo ha dimostrato di essere superiore alla stessa morte. Dio ha sottomesso tutto a Cristo, nulla ha lasciato che non gli fosse subordinato: «Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, in mezzo all’assemblea canterò le tue lodi» (Sal. 22,23).

Ci accorgiamo di come il bello è la forma del Verbo fatta carne, trasfigurato nel crocifisso di Cristo, dove l’amore si effonde in pienezza. Quando egli contempla la Passione, sa percepire, nel volto di colui che non ha apparenza né bellezza, come in u frammento, il volto del più bello tra i figli degli uomini.

 

Jean Marie Gervais

 

 

 

Luogo
Via Senato, 5
20121 Milano MI, Italia

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Altre date

  • Da 2019-09-14 10:00 a 2019-09-15 14:00

 

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